martedì 29 novembre 2011

Il guerriero dell' arcobaleno


Non ho ancora trovato il tempo di parlare di precognizione e profezia, sebbene nell’ambito della nuova scienza abbia già parlato della scientificità dei fenomeni ESP; in attesa di spiegare con dovizia di particolari quali possano essere la basi scientifiche della possibilità di vedere nel futuro (lo farò al più presto) voglio regalarvi questa profezia che ho trovato (sincronicamente) quando stavo pensando: “Ma le profezie sulla fine di questa epoca non mi sembrano molto precise, perchè non parlano mai del ruolo di chi si oppone ai Grandi Criminali che vogliono costruire il Nuovo Ordine Mondiale, a chi si oppone all' avvelenamento della nostra Madre Terra”

Molte tribù di nativi del Nord America (“pellirosse”) condividono (a parte alcune sfumature differenti) questa leggenda o profezia dei Guerrieri dell’Arcobaleno, che qui riporto nella narrazione di indiano pueblo di oggi.
Essa è tratta dal libro di Chris Morton e Ceri Louise Thomas, Il mistero delle 13 chiavi, Sonzogno 1993, pag 310, 311



“Gli antenati narravano che esseri dalla pelle chiara sarebbero giunti dal mare orientale su grandi canoe mosse da immense ali bianche, simili a giganteschi uccelli. Le persone scese da queste grandi imbarcazioni sarebbero state anch'esse simili a uccelli, ma avrebbero avuto i piedi di due diverse forme: uno di colomba, l’al­tro di aquila. Il piede di colomba rappresenterebbe una nuova splendida religione di amore e gentilezza, mentre quello di aquila rappresenterebbe l’avidità per le ricchezze materiali, l'arroganza tecnologica e la perizia guerriera.
Per molti anni il piede artigliato dell'aquila avrebbe dominato perché, sebbene questo nuovo popolo avesse parlato molto della nuova religione, non tutti i visi pallidi vivevano secondo i suoi det­tami; avrebbero invece artigliato gli indiani col loro piede di aqui­la, uccidendoli, sfruttandoli e infine riducendoli in schiavitù.
Dopo aver offerto una certa resistenza a quella sopraffazione, gli indiani avrebbero perso il coraggio, finendo per lasciarsi sospin­gere come un gregge e segregare in territori angusti per molti, molti anni. Poi però sarebbe venuto il tempo in cui la Terra si sarebbe ammalata a causa dell'avidità senza freni della nuova civiltà... liquidi e metalli mortiferi, aria irrespirabile per fumi e ceneri, e persino la pioggia, anziché purificare la Terra, avrebbe riversato gocce avvelenate di piombo. Gli uccelli sarebbero cadu­ti dal cielo, i pesci sarebbero venuti a galla col ventre per aria e tutte le foreste avrebbero incominciato a morire.
Quando queste previsioni avessero cominciato ad avverarsi, il popolo indiano si sarebbe trovato al colmo della miseria, ma in seguito dall'Oriente sarebbe giunta una nuova luce e gli indiani avrebbero incominciato a ritrovare la forza, l’orgoglio e la salvez­za. La leggenda continuava dicendo che essi avrebbero avuto dalla loro molti fratelli e sorelle visi pallidi: le reincarnazioni degli indiani uccisi o ridotti schiavi dai primi colonizzatori bianchi. Sì diceva che le anime di costoro sarebbero tornate in corpi di tutti i colori, rossi, bianchi, gialli e neri. Insieme e uniti, come i colori dell’arcobaleno, costoro avrebbero insegnato a tutte le genti del mondo come amare e rispettare la Madre Terra, della cui sostan­za siamo fatti anche noi umani.
Sotto il simbolo dell'arcobaleno, tutte le razze e tutte le religioni del mondo si sarebbero unite per diffondere la grande saggezza della vita nell'armonia tra gli esseri umani e di questi con tutto il creato. Coloro che insegnavano questo credo sarebbero stati chia­mati i "Guerrieri dell'Arcobaleno". Pur essendo guerrieri, avrebbero contenuto in sé gli spiriti degli antenati, avrebbero portato la luce della conoscenza nella mente e l'amore nel cuore. Non avrebbero fatto del male a nessun essere vivente. La leggenda ter­minava affermando che, dopo una grande battaglia, grazie alla sola forza della pace, questi Guerrieri dell'Arcobaleno avrebbero finalmente troncato l’opera di distruzione e dissacrazione della Madre Terra e che la pace e l’abbondanza avrebbero regnato per una lunga, felice e pacifica età dell'oro qui sulla Terra”.


E questo che segue è il bel commento di Enzo Braschi nel suo libro Vicini alla Creazione, IdeaLibri 2000, pag 296-298

Non so quanti di noi siano Guerrieri dell'Arcobaleno. So comun­que che ce ne sono già tanti in ogni luogo della Terra e che il loro numero sta crescendo sempre di più.
Volerlo essere è facile: basta amare e rispettare la Creazione. Volerlo essere è difficile; si deve infatti prima di tutto imparare a disimparare molto del tanto che ci è stato insegnato e che ci ha allontanati dalla Creazione stessa. Ci può volere davvero tanto tempo, costanza, amore e pazienza soprattutto verso noi stessi, che diventiamo i bambini a cui dobbiamo insegnare tutto da capo. Spesso sbaglieremo ancora, spesso riterremo di essere sulla strada buona e ci accorgeremo un attimo dopo di essere ancora una volta vittime di antichi pregiudizi, stupidi luoghi comuni, modi di pen­sare che non ci appartengono. Le vecchie abitudini torneranno ad avere il sopravvento: è facile non poter fare a meno, alla fine, del nostro persecutore; è difficile lasciarsi andare alle passioni laddo­ve esse servano a condurci solo ad innamorarci della perfezione. Se ci si lascerà piegare come una pianta di bambù ma si saprà resi­stere, se non ci si schianterà come una quercia che con arroganza pensa di essere incrollabile, si sarà già percorso un buon tratto di strada.
A quel punto si potrà continuare a voler essere un Guerriero dell’Arcobaleno. Si sarà ancora vulnerabili ma incredibilmente più forti che in passato, penseremo. E invece sarà anche più duro di com'era prima di imbarcarsi in quest’impresa. Perché ci si sen­tirà soli, ed è terribile scoprire di essere soli in mezzo a una miria­de di esseri umani uguali a noi. Si avranno da dire e da fare tante cose e ci si accorgerà di non trovare orecchie disposte ad ascolta­re, e non si saprà da dove cominciare per cambiare davvero le cose. Credo inoltre che nessuno dovrebbe mai assumersi il ruolo di "insegnante" di nessun altro. Pensare di essere un maestro ritengo sia peccato molto grave. Con tutta la buona fede che si può avere, pare presuntuoso assumersi tale compito. Sarebbe oltremodo giusto che ognuno arrivasse a costruirsi il suo mondo con le sue stesse mani. Ma non sempre è così, o quantomeno, a volte sembra opportuno il voler tentare di accorciare le distanze, soprattutto quando si avverte che i tempi lo esigono. Così si deve provare a condividere con gli altri quello che si sente, che si sa, che si ritiene buono, e aspettare con pazienza di vedere germo­gliare i nostri semi, sempre che i semi siano quelli di una buona pianta. Può funzionare, così come può risultare sforzo vano, sciocco e inutile.
Si sarà dunque soli, si sarà perduta la vecchia strada fatta di vuote certezze, ma pur sempre la strada che la maggioranza della gente percorre da sempre; si sarà sbigottiti, confusi, così confusi dal giungere alla conclusione di avere sbagliato a lasciar andare tutto per … per cosa poi? Per niente.
Quello sarà davvero il momento più cattivo: il baratro che ci si aprirà dinanzi e alle spalle. Ci si scoprirà in bilico su un sostegno fragilissimo: in qualunque direzione ci si volterà non si vedrà altro che una spessa coltre di nebbia. Sotto di noi sarà il precipizio nel quale si potrebbe scivolare senza mai arrivare a toccare il fondo. Sopra, di contro, sarà l'assenza di una voce, di un segno che ci indichi che cosa fare.
Si dovrà andare avanti. Letteralmente. Basterà trovare appena quel poco di coraggio necessario ad allungare un piede sul niente e camminare: prima un piede, poi l'altro, e poi un altro ancora... Quello che ci era parso il vuoto più opprimente ci sosterrà, essen­do ciò che facciamo il più solido dei fondamenti. Potremmo sen­tirci forse ancora soli, voltare le spalle e vedere le cose a noi fami­liari sfumare a poco a poco insieme alla moltitudine delle facce di chi ci è stato compagno di viaggio per tutto quel tempo che non tornerà mai più; sentire freddo, provare terrore per la buia oscu­rità che ci si parerà dinanzi e che dovremo attraversare.
Non credo sia così, che cioè si vada incontro alla solitudine e alle tenebre. Penso, al contrario, che a quel punto del nostro percor­so si accenderà una luce, che la strada si farà più ampia e sicura, che voltandoci un'ultima volta vedremo altri seguirci. Non perché presuntuosamente noi saremo stati loro d'esempio. D'esempio lo si deve essere prima di tutto per noi stessi. Semplicemente perché altri cominceranno a non avere più paura, o saranno affascinati dalla paura o con essa intenderanno cimentarsi. Non è importan­te capire perché a volte si facciano certe cose. È importante com­prendere quando è tempo di farle. E questo è il tempo e bisogna avere fretta di farle, queste cose, se non si vuole rimanere per sem­pre indietro.

La tribu dei crow


Gli Absaroke, meglio conosciuti come Crow, sono una tribù di Nativi Americani . Appartenevano al gruppo linguistico dei Sioux ed erano stanziati nelle pianure del Montana e del South Dakota.

Dapprima i Crow erano uniti in una grande tribù ed erano contro i Sioux. Poi però, nel XVIII secolo, forse per un litigio riguardante la selvaggina, si divisero in due tribù: i River Crow e i Mountain Crow. I Crow furono i primi ad utilizzare il fucile. Durante la guerra indiana, i Crow si allearono con il Governo degli Stati Uniti fornendo esploratori all'esercito. Oggi i Crow sopravvivono con una popolazione di 5.000 individui in una riserva nel Montana.

Dapprima i Crow coltivavano mais ma, spostandosi e diventando nomadi, divennero abili cacciatori. Cacciavano soprattutto bisonti e facevano molto spesso razzie nei villaggi vicini. Divennero cavalieri molto abili e si rubavano di frequente i cavalli tra le tribù. Praticavano il culto del Sole e del tuono.

Stay With ME


...ma la mia accetta, fa meno male di un tradimento...

lunedì 28 novembre 2011

Squalo


Sono lo squalo
sono lo squalo
non faccio sconti e non faccio ostaggi
sono lo squalo
il vero squalo
un giorno io mi mangerò anche il mondo

Sono lo squalo
ho cento vite
ho mille denti
adoro la mia fame
sono lo squalo
il boia del mondo
e alla fine mangerò anche me stesso

Io mangio tutto
lo mangio a poco
e alla fine mangerò anche il vuoto
io mangio mangio perchè ho il coraggio
perchè sono l' opportunista a corto e lungo raggio
lo squalo mangia tutto
consuma chi consuma
la mia fame sacra è un' urgenza
una priorità

Lo squalo sono me

Sono il padrone
l' imperatore
dio degli abissi e delle liquidità
morto uno squalo se ne farà un altro
perchè c' è già qualcuno che vuol mangiar me

Lo squalo sono me

Io mangio tutto
lo mangio a poco
e alla fine mangerò anche il vuoto
io mangio mangio mangio
tutto l' ingranaggio
perchè sono l' opportunista a medio e lungo raggio
lo squalo mangia tutto
consuma chi consuma
la mia fame sacra è un' urgenza
una necessità

Lo squalo sono me
Lo squalo sono me

Metrica


La metrica è la struttura letteraria di un componimento poetico, che ne determina il ritmo e l'andamento generale: la critica letteraria, analizzando una parte significativa della produzione poetica di una certa cultura stabilisce dei canoni, delle categorie ricorrenti e significative, che classificano la composizione dei versi e delle strofe.

In greco ed in latino era fondata sulla quantità (brevità o lunghezza) delle sillabe (metrica quantitativa); nelle moderne lingue anglosassoni si basa su rima e alternanza degli accenti (metrica accentuativa); nelle lingue romanze su rime, accenti e numero delle sillabe.

Sempre con il termine metrica si indica anche quella particolare branca della scienza filologica che si occupa dello studio di queste strutt

Sinergia


La sinergia (dal greco συνεργός, che significa "lavorare insieme"), in generale, può essere definita come la reazione di due o più agenti che lavorano insieme per produrre un risultato non ottenibile singolarmente

In un contesto organizzativo, considerato che un gruppo coeso ottiene risultati maggiori rispetto all'azione dei singoli, la sinergia può definirsi la maggiore capacità di resa di un gruppo grazie all'azione collettiva dei suoi membri. Queste conclusioni derivano da studi condotti da Jay Hall su una vasta casistica di elementi raccolti durante analisi delle attività di gruppo.

In un'applicazione aziendale la sinergia corrisponde, pertanto, al lavoro di squadra che produce un risultato complessivo migliore di quello prodotto da ogni persona che stava lavorando per lo stesso obiettivo singolarmente. Tuttavia, il concetto di coesione del gruppo deve essere considerato. La coesione del gruppo è quella proprietà che viene dedotta dal numero e dalla forza dei reciproci atteggiamenti positivi tra i membri del gruppo. Quando il gruppo diventa più compatto, il suo funzionamento è influenzato in vari modi. In primo luogo, l'interazione e la comunicazione tra i membri del gruppo aumentano; inoltre aumenta la loro soddisfazione poiché il gruppo offre amicizia e sostegno contro le minacce esterne. Tuttavia, la coesione può avere effetti negativi: il gruppo potrebbe prendere decisioni più rischiose di quelle che avrebbe preso un componente singolarmente.

In un contesto tecnico corrisponde ad un gruppo di elementi diversi che lavorano insieme per produrre risultati non ottenibili con uno solo degli elementi. Il gruppo può essere composto da persone, hardware, software, servizi, documenti: tutte le cose necessarie per produrre risultati a livello di sistema. In sostanza, un sistema costituisce un insieme di componenti che lavorano insieme con un obiettivo comune: soddisfare alcune necessità designate.

Il termine "sinergia" è stato raffinato da Richard Buckminster Fuller, che ha analizzato alcune delle sue implicazioni più pienamente e ha coniato il termine "sinergetico". La sinergia può essere intesa come l'opposto del concetto di entropia. Quindi fu forse più di una "scoperta", etimologicamente parlando. Essa infatti è:

Uno stato dinamico nel quale l'azione di gruppo è favorita rispetto a quella di un singolo
L'azione di cooperazione di due o più stimoli (o farmaci) che producono una reazione diversa o superiore a quella prodotta dagli stimoli individualmente

Dopo un silenzio di 12 anni eccoli tornati con un nuovo lavoro leggi l' articolo uscito su facebook lunedì 28 novembre 2011 tre giorni dopo l'inedito


Tornano i Litfiba. A distanza di 12 anni dalla separazione, Piero Pelù e Ghigo Renzulli decidono di rimettersi in gioco e lo fanno con ciò che gli riesce meglio: la musica, quella rock per intenderci. Un singolo “Squalo” che anticipa l'uscita del loro nuovo album di inediti nei negozi dal prossimo 17 Gennaio. Dopo la parentesi del 2010 con l'album live “Stato libero di litfiba”, con questo new single in rotazione dal 25 Novembre su tutte le radio, la band fiorentina abbandona definitivamente un'etichetta scomoda per i fan di vecchia data, quella di gruppo divenuto troppo nazional-popolare. Furono infatti l'enorme successo e un sound molto commerciale intorno alla fine degli anni '90 a generare una crisi interna alla band culminata con l’abbandono di Pelù, per la quale, come successivamente ammesso dal duo, forti furono le pressioni esercitate da parte della casa discografica di allora, responsabile si dell'enorme successo di album quali Mondi Sommersi ed Infinito, ma allo stesso tempo carnefice della più grande Rock-band Italiana. Vecchie robe direbbero loro, di acqua sotto i ponti dell'Arno ne è passata. Dieci lunghissimi anni di carriere separate con episodi felici alternati a momenti poco prosperi. Ma la musica sembra cambiata, anzi, sembra tornata agli antichi fasti verrebbe da dire. I Litfiba ruggiscono di nuovo, graffianti come nei primi '90, pungenti ed ironici nei testi, potenti e ricercati nel sound. Il singolo “Squalo” si presenta con versi forse apparentemente banali, dietro ai quali si cela una metafora attuale, attualissima. Lo squalo è il consumismo, la finanza, il sistema bancario che tutto divora. E considerata la situazione politico-economica attuale, quanto mai azzeccato. Ascoltando la voce di Pelù, che con il suo tipico cantato onomatopeico interpreta al meglio ciò che intende comunicare, sembra di essere catapultati cronologicamente all'indietro, ai tempi di “Terremoto”, album pubblicato a pochi giorni dallo scandalo di Tangentopoli, il quale, scatenò non poche polemiche con pezzi decisamente forti, di denuncia, verso un sistema politico letteralmente in putrefazione, all'alba di una seconda Repubblica che avrebbe esclusivamente riciclato il peggio, cambiando semplicemente pelle. Il marchio di fabbrica della band fiorentina in fondo è sempre stato questo, mai scontati anche nelle tematiche affrontate fin dal primo album della svolta rock dopo il periodo new-wave, “El Diablo”, in aperta polemica con il Vaticano. Una band che ha sempre avuto qualcosa da dire, che ha costantemente cercato di rinnovarsi regalando pietre miliari del rock italiano quali 17Re e il live Colpo di coda, cosi diversi ma che ben si prestano a far comprendere la continua sperimentazione del duo. Talvolta sopra le righe anche negli atteggiamenti molto coloriti del suo front-man che ben si plasmano con l'aplomb del chitarrista ed autore Renzulli. Forse è proprio questa la forza dei Litfiba, la fusione perfetta tra i due, un'alchimia per la quale la Fender Stratocaster di Ghigo sembra creata apposta per assecondare le liriche di Piero e viceversa. Questo nuovo singolo lo dimostra appieno. Ottimi spunti e una grandissima produzione di Tim Palmer, un riff tipicamente sabbathiano accompagnato da buone tastiere che introducono un assolo tra il rock ed il blues, condito da una sezione ritmica ben strutturata. Ottima la voce di Pelù che finalmente ha deciso di mettere da parte improbabili falsetti ed è tornato ad utilizzare al meglio il talento vocale dal tocco baritonale che ne fa una figura originale, forse unica nel suo genere. Non male dunque, difficile aspettarsi di meglio da due artisti che alla soglia dei 50 e 60 anni e con alle spalle 30 anni di carriera, ancora sembrano in grado di proporre qualcosa di interessante in un panorama musicale italiano omologato a criteri che poco spazio concedono alla creatività artistica e alla libertà di espressione.